Partecipa a IlTrigno.net

Sei già registrato? Accedi

Password dimenticata? Recuperala

Sepino, quanto ti amo! ...la dichiarazione di Franco Valente

Condividi su:

Chiunque si rechi oggi tra i ruderi dell'antica Sepino, perché richiamato dalla propaganda turistica, rimane non poco disorientato per l'ovvia difficoltà che è avvertita da qualsiasi persona poco esperta di materie archeologiche.

Chi vi arriva dalla superstrada, superando a piedi ciò che rimane del fornice di Porta Tammaro, ha l'impressione che in un certo momento della storia in quel luogo sia avvenuta una potente esplosione e una divinità, poco esperta di ricostruzioni architettoniche, abbia rimontato i blocchi di pietra formando edifici in tutto o in parte diversi da quelli originali.

A Sepino da oltre due secoli si consuma una guerra tra gli eredi della famiglia Maglieri (che dal Settecento tra quelle pietre hanno costituito le proprie abitazioni rurali) e lo Stato Italiano che, spesso con superficiale ma necessaria determinazione, sta cercando di dare un senso al recupero di quegli edifici.

Edifici che ormai non sono più monumenti romani e neppure abitazioni rurali.

Saepinum di oggi è un'altra cosa. E noi abbiamo il dovere di cercare di capire cosa essa sia per evitare che lo Stato intervenga espropriando fisicamente i Sepinesi non solo delle proprietà catastali ma anche del loro diritto a continuare a far parte della propria storia.

E' bello sostenere demagogicamente che Sepino appartiene all'umanità!

Ma l'umanità è fatta anche di quelle persone che sono vissute in quei luoghi e che da quelle pietre sono state irrimediabilmente contaminate.

L'umanità deve tutto agli archeologi che da due secoli scavano permettendoci di dare una consistenza identitaria alle epigrafi, alle sepolture, alle domus private e agli edifici pubblici. Ma gli archeologi sanno benissimo che il loro lavoro è come quello del chirurgo. Una volta fatta l'operazione e ricucite le carni, la gestione del corpo va restituita al legittimo proprietario che è un individuo che non ha nulla a che vedere con chi lo ha operato.

Sepino certamente non appartiene agli archeologi. Come non appartiene alla Soprintendenza che ne è semplicemente l'organismo concessionario per conto dello Stato.

Lo sanno benissimo gli archeologi, ma non sempre lo sanno i rappresentanti dello Stato.

Sepino, è vero, appartiene all'Umanità e allo Stato Italiano, ma appartiene prima di tutto ai Sepinesi.

I sepinesi, conseguentemente, dovranno sentirsi responsabili della sua corretta conservazione. Le immagini del Teatro di Sepino prima dello scavo sono un ricordo suggestivo che appartiene a un passato non più proponibile.

Il Governo centrale manda imponenti quantità di denaro per il recupero delle sue mura e dei suoi monumenti, ma l'anima di quei monumenti vive negli eredi degli antichi abitatori di quei luoghi.

E ai monumenti non può essere tolta l'anima.

Ma mantenere l’anima ha un costo: l’obbligo del bello, dell’ordine, del gradevole.

Ciò si consegue se il rapporto tra Stato e Cittadino si fonda sul rispetto reciproco.

Cosa che oggi manca quasi completamente.

Così per i visitatori occasionali.

Lo Stato pensa che il visitatore sia sempre la stessa persona.

Lo Stato (impersonato dai suoi rappresentanti ministeriali periferici) non si rende conto che chi viene a Sepino dall’America o dalla Germania o da qualsiasi altra parte del mondo, probabilmente non avrà più motivo per tornarvi.

E se, come capita ogni anno, in quell’unica occasione della sua vita, trova Sepino invasa dalle erbacce alte come un cristiano, quel visitatore conserverà per tutta la vita quell’ignobile percezione della sciatteria ministeriale.

A fine maggio andrò a visitare Sepino perché amo Sepino con o senza erbacce. Spero di non essere costretto ancora una volta, come ogni anno, a passare per quello che si lamenta per l’inefficienza dei responsabili dell’appalto delle manutenzioni.

Anche per dare merito alle guide turistiche che, d’estate, diventano il parafulmine di tutte le invettive di coloro che vorrebbero godere della bellezza di quel luogo che, probabilmente vedranno solo quella volta nella loro vita!

.

C’è di più.

.

Non c'è cosa più bella per un amante dell'archeologia dell'essere accompagnato da una guida del luogo e poi sedersi, a visita terminata, a un tavolo e godersi la bontà delle cose semplici, cucinate bene da chi vive tra quelle pietre.

Per esempio al piccolo ristorante di porta Tammaro dove, senza fretta, davanti a un piatto di pasta fatta a mano, un profumo di tartufo molisano, una fetta fondente di caciocavallo del Matese, un calice di Tintilia e una bottiglia di acqua di Sepino, se hai ascoltato bene chi ti ha raccontato la storia di quel luogo magico, hai la consapevolezza di essere al centro del Bacino Mediterraneo.

.

Un luogo sconsigliato, ovviamente, a chi pensa che Sepino sia un supermercato dell’archeologia...

Condividi su:

Seguici su Facebook