Sull'integrità morale, istituzionale e accademica di Mario Draghi non si può discutere. Nihilobstat, giusto per prendere a prestito una locuzione tanto amato negli ambienti della magistratura ecclesiastica. Diciamocelo francamente: la definizione di "governo di alto profilo", tanto cara a Mattarella, calza a pennello attorno alla silhouette del ex Presidente della Banca Centrale Europea. Bisogna ricordare però che, esattamente come chi lo ha preceduto, Mario Draghi sarà il solito accademico prestato alla politica. Non è un mistero infatti che, da quasi trent'anni, la classe politica italiana, nessuno escluso, ha sempre declinato l'invito, con un laconico "fate voi", ogni qualvolta le complicazioni si palesavano all'orizzonte. Non a caso i governi cosiddetti tecnici sono figli del fallimento di una classe dirigente sepolta da Tangentopoli: da Ciampi, passando per Dini ed Amato, fino all'austero Monti.
In tutti questi anni i partiti, senza eccezione alcuna, hanno abbandonato la barca esattamente nel momento in cui la falla diventava difficile da riparare. Incapacità ? Menefreghismo? Furbizia? Onestamente è troppo presto per esprimere un giudizio distaccato, sarà la storia ad emetterlo a tempo debito. Una cosa però va detta apertamente: lo scivolare sulle responsabilità , l'accusarsi vicendevolmente puntando il dito, le trattative al sapore di poltrona e le conseguenti scaramucce sono segno inequivocabile di un fallimento. Saranno ancora gli strascichi della notte della Repubblica a farsi sentire? Anche qui il giudizio storico farà il suo corso; fatto sta che dal 1993 ad oggi la classe politica italiana si è sempre comportata da Ponzio Pilato quando la realtà storica del paese chiedeva una risposta immediata, ferma e decisa ai problemi. Oggi la storia si ripete con l'aggravante di una pandemia che ha stravolto i tempi stessi della res publica. La dialettica politica è una cosa sacrosanta ma questa crisi non doveva essere nemmeno aperta, per tanti miliardi di motivi quanti sono quelli del recovery Plan. Sbagliati i tempi, sbagliati anche i modi: le trattative per dare una soluzione parlamentare al tutto sono state condotte come un'arrancata partita di poker in cui si tenta un disperato all-in pur non avendo nulla in mano. Bisognava aspettare, bisognava aver pazienza, bisognava avere rispetto soprattutto verso il paese che non poteva fermarsi. Eppure l'incoscienza e la boria dell'io che gonfia il petto, prova a tenere testa e butta tutto all'aria quando meno dovrebbe farlo, hanno avuto il sopravvento. Ma le conseguenze poi chi le paga? Non sono infine inutili e sanno di beffa marcia anche gli appelli accorati ai costruttori se fino ad un giorno prima si aveva il martello in mano? Al di là degli esempi, più o meno calzanti, quella che Draghi dovrà chiedere nelle prossime ore non è una fiducia, ma una grossa, enorme responsabilità .
Chi sarà in grado di buttar giù il rospo in nome del bene comune? Da quel che trapela, il M5S pare intenzionato a non accettare la soluzione Draghi. Cosa farà il Partito Democratico sapendo che, senza i grillini, l'unica maggioranza possibile è quella con Salvini, Berlusconi &co.? E se accettasse di entrare in questo patto di governo con un appoggio esterno, quale sarebbe la sintesi e quali sarebbero i passi condivisi dato che negli ultimi tempi sono stati in disaccordo praticamente su tutto? Si andrà verso un governo Draghi con appello al tanto agognato senso del dovere? Staremo a vedere, ad oggi la strada non pare così semplice da percorrere.