Nel Vangelo di questa XXIII Domenica Gesù insiste sulle condizioni, caratteristiche per essere suoi discepoli: 1. non anteporre nulla all’amore per Lui, 2. portare la propria croce e 3. seguirlo. Molte persone, infatti, si avvicinavano a Gesù, volevano entrare tra i suoi seguaci; e questo accadeva specialmente dopo qualche segno prodigioso, qualche miracolo, che lo confermava come il Messia, il Re d’Israele. Ma Gesù non vuole ingannare nessuno. Lui sa bene che cosa lo attende a Gerusalemme, qual è la via che il Padre gli chiede di percorrere: è la via della croce, del sacrificio di se stesso per il perdono dei nostri peccati. Seguire Gesù non significa partecipare a un corteo trionfale! Significa condividere il suo amore misericordioso, entrare nella sua grande opera di misericordia per ognuno di noi. L’opera di Gesù è proprio un’opera di misericordia, di perdono, di amore! È veramente tanto misericordioso Gesù nei nostri confronti! E questo perdono, questa grande misericordia, passa attraverso cosa? Passa attraverso la Croce. Gesù non vuole compiere questa opera da solo: vuole coinvolgere anche noi nella missione che il Padre gli ha affidato. Dopo la risurrezione dirà ai suoi discepoli: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi…A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati» (Gv 20,21.22). Il discepolo di Gesù rinuncia a tutti i beni perché ha trovato in Lui il Bene più grande, nel quale ogni altro bene riceve il suo pieno valore e significato: i legami familiari, le altre relazioni, il lavoro, e così via…Il cristiano, ognuno di noi, si deve distaccare da tutto e ritrovare tutto seguendo la via del Vangelo, dell’amore e del servizio.
Per spiegare questa esigenza, Gesù usa due parabole: quella della torre da costruire e quella del re che va alla guerra. Questa seconda parabola dice così: «Quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere la pace» (Lc 14,31-32).
Gesù avverte di fare i due calcoli in silenzio; si tratta di darsi un coraggio che abbraccia tutta la vita.
L’inizio della salvezza coincide con il senso della nostra debolezza e povertà. Noi invece leghiamo il valore di noi stessi al nostro darci da fare. La lotta è fra l’affermazione di sé e l’affermazione di Dio. Fede significa aspettarsi la forza da Dio. L’uomo ha come sua propria caratteristica quella che la bibbia chiama “cuore”: un desiderio inesauribile di felicità. In questa seconda parabola Gesù non vuole affrontare il tema della guerra. Però, in questo tempo in cui stiamo pregando affinché torni la pace, la serenità, (vedi anche terremoto) questa Parola del Signore ci tocca profondamente nel cuore, e in sostanza ci dice: c’è una guerra più profonda che dobbiamo combattere, tutti quanti! È la decisione forte e coraggiosa di rinunciare al male e alle sue seduzioni e di scegliere il bene, pronti a pagare di persona: ecco cosa significa “seguire il Signore Gesù”, ecco cosa significa “prendere la propria croce ogni giorno!” Questa è una guerra profonda contro il male: invidia, gelosia, critica! A che serve farci guerra, se non siamo capaci di dialogare, cercare di capire? Non serve a niente! Non va come deve andare…Questo comporta, tra l’altro, soltanto l’odio, la menzogna; dire di no alla violenza in tutte le sue forme. Possiamo aggiungere tanto altro ancora!
Questi sono i nemici da combattere, uniti e con coerenza, non seguendo altri interessi se non quelli della pace e del bene tra di noi: questo significa amare Gesù e seguirlo. Amen.